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Quanto dura una psicoterapia? 04/12/2016

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Una delle domande che più frequentemente mi viene rivolta durante i primi colloqui è la seguente: “Dottoressa secondo lei quanto tempo occorre per risolvere il mio problema?”. La mia risposta è sempre la stessa: non ne ho idea.

La durata di una terapia dipende da tanti fattori: il tipo di problema, il tipo di percorso scelto, la vostra capacità di reagire e mettervi alla prova, la vostra voglia di sperimentarvi in una nuova veste per vedere che succede, fino a dove volete arrivare nel risolvere e fino a dove invece volete fermarvi. Tralasciando spiegazioni sul tipo di problema e di percorso scelto, per rispondere alle quali dovrei addentrarmi in ambito teorico e metodologico, vorrei invece soffermarmi sui fattori di natura squisitamente personale, poiché ritengo siano i principali e, soprattutto, i fondamenti per ottimizzare la durata del percorso e ottenere quindi la buona riuscita di una psicoterapia.

A volte le persone apprendono in maniera “passiva” ciò che viene detto in seduta, ossia essa diventa una “parentesi” all’interno della settimana. Una volta fuori dalla porta del mio studio la parentesi si chiude, la persona riprende la sua vita come se nulla fosse. Questo rende sterile il mio lavoro; sterile e assolutamente inutile, tant’è che dopo un certo periodo (a volte anche parecchi mesi) la persona può decidere di interrompere il trattamento. La maggior parte delle volte la persona si comporta in questo modo perché resta in attesa. In attesa di cosa? In attesa di una risoluzione, di quel momento in cui scatta qualcosa e come per magia tutto diventa chiaro e si guarisce. Un po’ come dire: ho mal di testa? Prendo una pillolina e starò presto meglio.

Ecco, l’approccio di molte persone è esattamente questo. Molto “medico” se vogliamo osare. Il problema è che questo tipo di mentalità in psicoterapia non serve, ma rallenta se non ostacola il tutto. Perché attribuisce all’esterno, al caso, a qualcosa che non dipende da noi, la responsabilità di cambiare, di cercare ciò che ci fa stare meglio. Pensandoci bene è anche una delle motivazioni che spinge molte persone a ritardare il momento in cui prendere la decisione di iniziare una psicoterapia: “ma si, aspetto che passi..”, senza rendersi conto che quel periodo di malessere, seppur circoscritto, inspiegabilmente diviene ciclico, periodico. Questo atteggiamento non genera cambiamento, perché, ovviamente, per quante e quali azioni possiamo compiere, la guarigione non dipenderà certo da noi.

In realtà vi dico che una volta compreso questo concetto, e presa la decisione di non lasciare più al caso la responsabilità di guarirvi, il vostro tempo passato in psicoterapia diminuirà drasticamente, poiché avrete iniziato a mettervi in movimento, a cercare in voi stessi quell’energia potenziale, curativa e innovativa insieme, che vi guiderà nell’ottenere il meglio dalla vostra vita.

Ciò che vi ho appena descritto è un requisito fondamentale nell’approcciare una psicoterapia; ci sono poi altre variabili, prettamente soggettive, che dipendono dalla vostra unicità, da ciò di cui voi avrete bisogno, e che col tempo e la conoscenza verranno fuori durante il trattamento. La vostra rapidità nell’apprendere alcuni concetti e nello sperimentarli, la vostra capacità di reggere un qualsiasi peso emotivo, e non dimentichiamoci ciò che può accadere (durante il trattamento) nella vita di tutti i giorni: perché non bisogna scordare che fuori da quella stanza la vostra vita va avanti, e a volte può rendervi felici, ma a volte molto tristi.

Per lasciarvi con qualche numero, posso comunque dirvi che, sulla base della mia esperienza, già dopo qualche mese si ottengono i primi cambiamenti, magari impercettibili per un occhio poco attento. In realtà possiamo paragonare il processo di guarigione in psicoterapia alla costruzione di una casa: non la vedi se non a lavoro finito, ma per essere finita ha bisogno di qualcuno che poggia un mattoncino sopra un altro, per arrivare infine a quel risultato e quella forma voluta.

Il percorso di psicoterapia è un continuo aggiustare, valutare, contrattare, settimana dopo settimana. Non è un qualcosa di stabile e immutabile. Cambia come voi, si adatta a voi, e cresce con voi e la vostra consapevolezza.

E’ un po’ un salto nel buio, è vero, ma preferisco vederlo come un tunnel in cui alla fine si vede una luce; un atto di fiducia, in se stessi prima di tutto, e nel terapeuta.

La vita non è quella che dovrebbe essere. È quella che è. È il modo in cui l’affronti che crea la differenza.

(V. Satir)